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Crescita italiana bassa e a rischio. Più debole l’Eurozona, non gli USA. Si è chiuso così il terzo trimestre 2018


Ci sono segnali di ripartenza per il commercio mondiale (+1,1% in luglio sul 2° trimestre). Le tensioni commerciali internazionali generate dagli Stati Uniti restano, però, un freno agli scambi e il rischio di una escalation tiene alta l’incertezza.

L’Italia frena nel 3° trimestre. Gli indicatori congiunturali confermano un rallentamento del PIL italiano nei mesi estivi, in linea con le previsioni CSC di inizio ottobre. La produzione industriale è in calo (-0,2%), per il minor supporto della domanda interna. La fiducia delle imprese è diminuita nettamente dai massimi di fine 2017, quella delle famiglie registra una lenta erosione rispetto al picco di marzo. Le esportazioni italiane, invece, hanno recuperato a luglio-agosto (+1,4% sul 2° trimestre), sia nei mercati UE che extra-UE. In riduzione, invece, l’export tedesco e spagnolo.

Tuttavia, le difficoltà a vendere negli USA (3° mercato per l’Italia) e il rallentamento di altri partner commerciali restano un freno all’export. E peggiorano gli ordini manifatturieri esteri. L’incertezza sullo scenario interno e estero frena gli investimenti, attesi in lenta crescita nel 2° semestre (indagine Banca d’Italia), e i consumi, attraverso un aumento del risparmio precauzionale. Lo confermano i dati deboli su immatricolazioni, ordini e fatturato.

A luglio-agosto l’occupazione è rimasta ferma ed è attesa debole nei prossimi mesi, a riflesso dell’andamento fiacco del PIL. È presto per pronunciarsi sugli effetti del Decreto Dignità, ma in agosto crollano le assunzioni in somministrazione (-21,4% annuo).
Il rendimento del BTP decennale è salito in ottobre a un picco di 3,69%, con uno spread sul Bund a 327 punti, quasi 200 punti più alto rispetto ai primi 4 mesi del 2018. Le quotazioni di Borsa sono in calo: in ottobre -11,2% rispetto a fine settembre (-17,8% i titoli bancari). Questi trend negativi, in atto da maggio, si sono intensificati a seguito della Nota di aggiornamento al DEF che ha tracciato le linee di politica economica del Governo. Potrebbero proseguire perché gli obiettivi di finanza pubblica deviano significativamente dalle regole UE: ciò rischia di portare a una procedura di infrazione. Moody’s, che aveva sospeso il giudizio in attesa della manovra, ha deciso il downgrade il 19 ottobre; le altre due agenzie di rating potrebbero seguirla a breve.

Si sono registrati segnali di frenata nell’Eurozona. Gli indicatori anticipatori segnalano per l’area un rallentamento della crescita del PIL nel 3° trimestre, anche in Germania e Francia. Sono calati sia PMI che fiducia. La domanda interna nell’area resta solida, ma il contesto esterno è più sfavorevole per il commercio. Sulle prospettive economiche pesa anche l’incertezza politica, in vista delle prossime elezioni. Mancano 2 mesi alla fine degli acquisti di titoli BCE, già a ritmo ridotto (15 miliardi al mese). Dal 2019, con i tassi a lunga potrebbe crescere il costo del credito e stringersi l’offerta. Sviluppi che, per la salita del BTP, iniziano a vedersi in Italia, dove i prestiti alle imprese già crescono poco (1,2% annuo).

L’economia americana viaggia a ritmi elevati: la crescita del PIL nel 3° trimestre è attesa sopra il 3% annualizzato. L’indice ISM PMI manifatturiero resta a valori record (intorno a 60). La fiducia dei consumatori è ai massimi, spinta anche da un mercato del lavoro in espansione, con la disoccupazione ancora in calo (3,7%, minimo dal 1969). La FED alzerà i tassi a dicembre.

Preoccupa, invece, la frenata in Cina. Il PMI manifatturiero cinese cala per il quarto mese consecutivo, attestandosi a 50, livello di stagnazione; la produzione cresce ai minimi da quasi un anno; calano le esportazioni; la fiducia degli imprenditori scivola ai minimi da nove mesi. Gli indicatori congiunturali indicano, invece, che Brasile, India e Russia ritrovano il passo. Lira turca e Peso argentino restano deboli, anche se sono in lieve ripresa.

Il petrolio diventa più caro. Il prezzo del Brent è salito a 84 dollari in ottobre, da 79 a settembre. Il rincaro assorbe risorse di imprese e famiglie nei paesi importatori come l’Italia, dove l’inflazione è all’1,5%, da un minimo di 0,5%.

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