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Gli USA motore della crescita globale, frena l’Euroarea; Italia sotto i riflettori

La crescita dell’economia mondiale nel 2° trimestre si assesta su un ritmo solido, seppure più basso rispetto a quello raggiunto nei mesi scorsi.

Il sostegno viene sia dal manifatturiero sia dai servizi ed è guidato dalle economie avanzate, con gli USA in testa che scalzano l’Europa. Quest’ultima, dopo il rallentamento del PIL nel 1° trimestre, allontana l’ipotesi di una attesa accelerazione della crescita nei mesi primaverili: pesano soprattutto la debole domanda estera, i venti protezionistici, che sono un deterrente per nuovi ordini e opportunità d’investimento, e le incertezze politiche (dentro e fuori l’Area).

L’euro si è indebolito rispetto al dollaro (1,17, sui valori di novembre) specie per l’accresciuto scetticismo che sta accompagnando gli eventi politici in Italia. L’inflazione ha toccato un picco a maggio, spinto dall’aumento dei prezzi energetici. Si conferma perciò l’attesa che la BCE prolunghi oltre la scadenza prevista a settembre la fine degli acquisti di titoli di Stato.

In Italia il PIL è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre (da +0,4% nel 4° 2017). I consumi sono avanzati debolmente, investimenti ed esportazioni sono diminuiti per la prima volta dopo, rispettivamente, tre e nove trimestri di crescita. Giudizi e attese degli operatori non lasciano intravedere miglioramenti significativi nel trimestre in corso, specie per l’andamento della domanda estera (nuovamente calata in aprile nei mercati extra-UE).

I consumi delle famiglie potranno essere sostenuti dalla crescita dell’occupazione dipendente (attesa proseguire anche in primavera) e gli investimenti dalle condizioni favorevoli derivanti sia dagli incentivi fiscali che dal credito, il cui costo è, per ora, ai minimi (1,5% a marzo).

Il CSC stima una crescita delle produzione industriale nel trimestre primaverile (+0,8% l’acquisito a maggio), dopo la stagnazione nel primo; nel terziario gli indicatori qualitativi (PMI e fiducia) segnalano una modesta crescita.

Le turbolenze politiche recenti hanno fatto impennare i rendimenti dei titoli di Stato italiani (saliti fino a 310 pb) e lo spread coi Bund (che ha toccato 283 pb). La fase acuta è rientrata dopo il nuovo incarico a un governo Lega-M5s.

Il prezzo di una nuova ondata di incertezza, se persistente, sarebbe un più forte rallentamento della crescita attraverso l’incremento dei tassi d’interesse, con conseguenze negative sui conti pubblici e sul finanziamento di imprese e famiglie.

La crescita americana si è andata rafforzando negli ultimi mesi ed è prevista accelerare in primavera. Gli occupati sono aumentati a un ritmo elevato e la disoccupazione è scesa ai minimi dal 2000 (3,8%).

L’occupazione alimenta i consumi che sono visti in accelerazione, sostenuti anche da una moderata crescita dei redditi e dalla scarsa pressione inflazionistica. Gli ordini di beni capitali hanno continuato a registrare significativi incrementi e riflettono una dinamica positiva degli investimenti. I mercati si attendono altri 2 rialzi dei tassi FED entro fine anno.

L’aumento del prezzo del petrolio, salito a 79 dollari al barile a maggio da 72 in aprile, se persistente, genererà effetti idiosincratici sugli emergenti: se ne avvantaggeranno gli esportatori netti (Russia, Arabia Saudita, Nigeria ed Emirati Arabi Uniti) mentre ne risentiranno negativamente i grandi importatori (Cina e, soprattutto, India).

Inoltre, il rafforzamento del dollaro, unito all’aumento dei tassi d’interesse, rischia di riattivare flussi di capitali diretti verso gli USA, mettendo sotto pressione le condizioni finanziarie di alcune economie emergenti particolarmente deboli.

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